Coca Cola sceglie lo storytelling per il sito corporate

Riprendo da un articolo de Il Sole 24, la notizia che Coca Cola sostituisce il proprio sito aziendale con un blog… M2 lo ha fatto un anno fa e questo conferma che la strada del brand marketing è nello storytelling. ;-)

Coca Cola rifà il sito internet e lo chiama Coca-Cola Journey, prendendo «Journey» da un magazine dedicato ai dipendenti che ha cessato le pubblicazioni nel 1997 . In genere nei siti delle grandi aziende siamo abituati a trovare informazioni corporate, comunicati stampa, news aziendali, investor relations, offerte commerciali. Elementi che nel sito di Coca Cola ci sono ancora, ma vanno cercati. L’azienda ha scelto di presentarsi ai consumatori con un magazine digitale.

La grafica, per l’appunto, un po’ ricorda un sito di informazione, con le sezioni (storie, opinioni, brand, video e blog), le immagini ben in vista e i volti degli autori. Il sito, nella precedente versione, contava 1,2 milioni di utenti unici mensili e ora vuole crescere. La strategia passa ovviamente anche dai social network: su Facebook l’azienda di Atlanta è seguita da circa 55milioni di persone, oltre 635mila su twitter, poi ci sono LinkedIn e YouTube.

I manager lo definiscono «il progetto digitale più ambizioso che abbiamo mai intrapreso» e Ashley Brown, direttore della comunicazione digitale e i social media di Coca Cola, dice al New York Times che il suo team «è stato riorganizzato l’anno scorso in modo da assomigliare di più a un’organizzazione editoriale, con un programma di produzione e un calendario delle uscite». Quattro dipendenti sono incaricati a tempo pieno alla redazione del sito, mentre per la produzione dei contenuti editoriali possono fare conto su una squadra di 40 freelance (anche fotografi) oltre a figure che fanno parte dell’universo Coca Cola, partner compresi. Si trovano il ritratto di atleti olimpici sponsorizzati Coca-Cola, reportage sui progetti ambientali e la storia di un guru del fitness americano che lavora in una struttura ovviamente messa in piedi dall’azienda. Le opinioni sono le più varie: c’è spazio per un’editoriale sul valore delle donne nel business firmato da Alyse Nelson, presidente e ceo di Vital Voices, organizzazione no profit partner dell’azienda in una serie di progetti.

Si può chiamare “corporate storytelling”. L’azienda parla in prima persona ai clienti sfruttando le mille declinazioni del digitale e puntando sulle storie che esprimono i propri valori, dando voce a partner e associazioni del terzo settore molto lontane dal core business. E’ una comunicazione diversa da quella pubblicitaria, o forse una sua nuova declinazione. Resta comunicazione, per quanto vestita da informazione. Tra le mission non c’è l’obiettività, i contenuti vengono offerti «da un punto di vista», sottolinea Brown, «ma vogliamo essere una fonte credibile». Ora la palla passa agli utenti, per capire se è solo un’esperimento o il nuovo volto della comunicazione aziendale.

Il branding turistico per le imprese italiane

Image representing Apple as depicted in CrunchBase

Image via CrunchBase

Il valore creato dalle attività di branding è indiscutibile. E’ simbolico scriverlo oggi, il giorno della morte di Steve Jobs, l’uomo che ha creato la Apple, una società che ha fatto del suo brand un’icona universalmente riconosciuta, in grado di far vendere con un premium sulla tariffa i propri prodotti offerti al mercato e creando un nuovo stile, diventando un cult della nostra era.

Il brand vive infatti dei valori che rappresenta per la collettività. Nelle sue campagne di posizionamento e rafforzamento del proprio brand, la Nike non fa scarpe; fa sport. La Harley Davidson, è molto di più di una motocicletta, ma il simbolo di una cultura “on the road” che molti continuano a sposare e la Coca Cola, che rappresenta il “sogno americano”, ha calcolato che il proprio brand rappresenta oltre il 60% del valore dell’azienda.

E’ tuttavia stupefacente come, in Italia, questa disciplina, in grado di creare valore economico aggiunto oltre a lanciare e stabilizzare nell’immaginario collettivo un prodotto, non sia stata sfruttata nel mondo legato al turismo, se non marginalmente e solo dalle aziende multinazionali che operano nel settore. Alcune destinazioni hanno fatto sforzi importanti, arrivando alla definizione dei valori del proprio brand, in alcuni casi anche declinandone le applicazioni sul territorio e sui mercati, ma nessuna azione è stata intrapresa con continuità e non è stata quindi in grado di affermare un brand italiano sui mercati internazionali. L’ultimo brand nel settore dell’ospitalità fu CIGA, la Compagni Italian Grandi Alberghi, che raggruppava prodotti leggendari in Italia ed in Europa, dal Danieli di Venezia, all’Imperial di Vienna, al Grand Bretagne di Atene, la Costa Smeralda, il Palace di Madrid ed altre icone dell’ospitalità italiana. Dall’acquisizione di CIGA da parte di ITT Sheraton, negli scorsi anni ’90, si sono succeduti tentativi onorevoli, come per il gruppo Baglioni, ma mai in grado di essere sostenuti nel tempo, perdendo quindi inevitabilmente ogni efficacia.

Sono infiniti, gli spazi che il nostro Paese offre per condizionare emotivamente i mercati attraverso l’arte, la cultura, la gastronomia, la moda, il design, la creatività e le altri mille eccellenze che siamo in grado di offrire e quindi straordinaria l’opportunità per creare brand territoriali o aziendali, diversi e spesso unici al mondo, in grado di offrire una vantaggio competitivo concreto.